logo

Sono una giovane (per ora) dietista di Roma, preparata e attenta ai bisogni del paziente.

Elaboro piani nutrizionali personalizzati per individui sani, con patologie e mi occupo di educazione alimentare per adulti e bambini.

Dal 2014 mi occupo del trattamento dietetico – nutrizionale in gravidanza, e dal 2017 collaboro con lo Studio Ostetrico Ginevra.

Dal 2015 mi occupo del trattamento dei Disturbi del Comportamento Alimentare in collaborazione con la Dott.ssa Barbara Fornaciai.

Da Novembre 2014 svolgo attività di libera professione presso studi di Roma, in collaborazione con medici e professionisti sanitari.

Made with love by accéntra

Stigma

Stigma

Il tema obesità, e problemi ponderali in eccesso – ma anche in difetto – è da sempre storicamente oggetto di stigma.
Stigmatizziamo per bisogno di riconoscerci in un gruppo, analizziamo al primo sguardo tutto ciò che renda un altro individuo simile o diverso da noi, da quello che secondo il nostro canone è riconoscibile in “società“.

Ecco dunque, che saremmo spontaneamente spinti a escludere da questo gruppo tutto ciò che possiamo inserire invece nel gruppo di diverso.
Ciechi, nani, negri, handicappati, grassi, anoressici.*

Tutti questi, di cui ci dimentichiamo essere prima di tutto persone, li includiamo o meno nel gruppo facendoci anticipare da questa o quella caratteristica fisica, li categorizziamo “fuori”, da un dentro in cui abbiamo bisogno di sentirci.
Questo atteggiamento è perlopiù infantile.
Evidenzio una tua caratteristica diversa, escludo te, ma mi sento più incluso io.

Un bambino che vede qualcosa di diverso da ciò a cui è abituato, ha bisogno di chiedere spiegazioni.
“Mamma, perchè quel signore fa/è così?”
Di fronte a questo sarebbe bene avere delle risposte ponderate,
diverse da “shhh, non si dice”, ma questo è un altro discorso.

 

Secondo il sociologo E. Goffman, lo stigma è proprio un processo sociale.
Ha a che fare con cosa io identifico come società e con cosa, non riconoscendolo, tengo fuori.
(p.s. cosa ognuno identifica è soggettivo, per cui…)
Tanto più ci troviamo in una società inclusivia, che non diversifica/esclude i soggetti di cui sopra (e altri), tanto più sono portato a pensare che non ci sia un dentro e un fuori.
Ma anche questo è un discorso a parte.

Il problema, che rende questo comportamento spontaneo un atteggiamento negativo, è l’urlare a gran voce queste differenze.
“Nano!”
“Negro”

“Finocchio”
e via così…

Cosa c’entra tutto questo col peso corporeo?
C’entra.
Poco più di 400 anni fa, un uomo, senza immaginare tutte le conseguenze del caso, inventò la bilancia pesa persone.
Da quell’invenzione, che sarebbe dovuta rimanere negli studi medici come gli ecografi, i bisturi e tutto il resto, si innescarono negli umani tutta una serie di reazioni relative al fatto che ora sapevano quale fosse il loro peso.
Il bisogno di misurarlo e misurarne le variazioni, la necessità (insieme al boom economico) di avere un certo peso come status, il vivere sempre più il cibo con preoccupazione e come effetto immediato dell’aumento o della diminuzione del peso.
Quella linea sottile tra competizione e status per cui a un certo peso sei una certa persona e conseguentemente meglio/peggio di altri.

Il magico mondo delle diete, che un po’ include tutto questo.

Lo stigma sul peso, soprattutto da parte di professionisti della salute, influisce (negativamente) sui risultati dei trattamenti, dietetici e non.
Lo stigma sul peso, fa una cosa gravissima, sovrappone lo stato di malattia allo stato di colpa, come se, chi soffra di qualcosa, ne sia responsabile al 100%.

Quando una persona si rivolge a un professionista della salute, in generale, si mette già in una posizione subordinata.
Per rispetto. Io vengo da te perchè ho bisogno di aiuto, tu puoi aiutarmi per cui ciò che dirai ha una valenza, è vero e rilevante.

“Sei grasso? E’ colpa tua perchè sei pigro e non ti impegni. Ad Auschwitz nessuno era grasso”
“Ma mangia, pari un’anoressica”
“Basta che ti muovi di più e che mangi di meno” (concetto matematicamente esatto, ma che ignora un po’ tante variabili)
E queste sono solo alcune delle frasi che mi sono state riferite per scrivere questo articolo.

Ti stigmatizzo pubblicamente ( o nel mio studio, dove tu ti senti già “diverso”/ “meno” perchè hai bisogno di aiuto, ti rendo diverso da un gruppo, faccio leva sul tuo senso di inadeguatezza, tanto fragile e umano, (tanto che lo abbiamo tutti), attribuendo il tuo non essere adeguato a una tua caratteristica fisica.
Questo ti mette in contatto, con il senso di vergogna e con pensieri quali “io non sono giusto”, ” io non riuscirò a fare questo o quello perchè sono così”, dove “così” è qualcosa che spesso con la volontà, non ha niente a che fare.

Il colore della pelle, l’orientamento sessuale, la statura, un disturbo del comportamento alimentare NON SONO SCELTE.

Ciò che è una scelta, o su cui comunque si può lavorare, è che risposta diamo a queste.

Dando per buono, purtroppo, che lo stigma potrebbe non scomparire, forse è il caso di concentrarsi su come insegnare alle persone a non esserne vittime.
Avendo in mano degli strumenti (o imparando ad usarli), possiamo generare risposte diverse a uno stesso (stronzo) input, come quello dello stigma.

In linea generale, quando si ha un io molto forte, si coltiva la propria autostima è più facile che lo stigma possa interferire fino a un certo punto.
In tutta probabilità, se ne può uscire vittoriosi in poco tempo senza grosse ripercussioni.
Quando l’io non è altrettanto forte, quando per mancanza di strumenti, sotto sotto crediamo di non essere abbastanza, di non meritare abbastanza, ecco lì che lo stigma trova lui fortificazione in un processo noto ai professionisti come interiorizzazione.
Ci credevo già, lo stigma me lo conferma, lo rinforzo e inizio a crederci più nel profondo.
Al punto che questo diventi per me ostacolo.
Non troverò mai l’amore, perchè sono brutto.
Non troverò mai un lavoro che mi piace, perchè sono grasso.
Non troverò mai posto in questa società, perchè sono nero.*

*I termini usati sono appositamente usati con valenza “negativa”, col solo scopo di ribadire il concetto o sottolineare, nel secondo * quanto male ci rivolgiamo a noi stessi.

Tags:
No Comments

Post a Comment